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-Recensione scritta da Sarge-

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Band: Gris
Genere: Atmospheric black metal
Nazionalità: Canada
Label: Sepulchral Productions

Che paese strano il Canada. Se dalle sue sponde durante gli anni ’80 e ’90 provenivano i blasfemi rigurgiti di odio puro di ensemble quali Blasphemy, Conqueror e compagnia guerraiola, nell’ultimo decennio, in particolare dalla zona francofona, si è potuto assistere a una generale inversione di tendenza. Senza soffermarci più di tanto sugli act più dichiaratamente black metal, seppur siano validissimi, è il mood depressivo ad averci maggiormente sorpresi (basti pensare a Forteresse e Akitsa). Da queste atmosfere disperate sono usciti nel 2007 i Gris, duo di fratelli polistrumentisti capaci di creare un primo full-lenght che, senza dubbio alcuno, il sottoscritto bolla come miglior disco depressive black metal di sempre. Il était une forêt… era un meraviglioso lavoro di depressive cesellato alla perfezione con picchi di pura disperazione epica. Sul finire dell’estate del 2013 ero perciò logicamente eccitatissimo all’idea di un nuovo disco che mi mettesse nel mood adatto per lagnarmi dell’estate con amici e parenti. Ma, sorpresa, i nostri beniamini nati sotto la bandiera con la foglia d’acero steccano. Beninteso, non fanno un disco brutto, semplicemente pisciano fuori dal vaso.

Torniamo al predecessore: Il était une forêt…terminava con la bellissima La dryade, traccia composta da piano, chitarre acustiche, violino e violoncello, dal pathos incredibilmente drammatico e capace di raggiungere apici di perfezione assoluta. Qualcuno deve aver detto loro che era una figata e dunque i due fratellini hanno deciso di integrare quella parte nel loro sound, ma ciò che ne esce è un platter prolisso come pochi con strutture sicuramente intricate ed intelligenti, ma che in ultima analisi non vanno a parare da nessuna parte. Mi ci sono voluti ascolti ripetuti per cercare di capire cosa non andasse in questo disco. Infatti, sebbene riescano a creare delle atmosfere quasi tangibili (sembra quasi di avvertire il calore dell’alba dorata descritta nell’opener), le sviluppano male attraverso un disco che in alcuni momenti spiazza talmente tanto da condurre alla noia. La voce di Icare rimane splendida e disperata, le chitarre di Neptune sono decisamente convincenti quando partono in distorsione, ma poi tanto fumo e pochissimo arrosto. Intendiamoci, parliamo di musicisti preparatissimi e dal grande talento, che però, in questo caso specifico, non riescono a ottenere quello che si prefissavano. Le atmosfere mediterranee e mediorientali si mischiano al gelo di una chitarra distorta piena di riverberi, attaccandosi ad arpeggioni e costruzioni classiche degne di nota a livello teorico, ma che in pratica non colpiscono quasi mai e il tutto si perde sotto toni di oro ed ocra. Il mélange non riesce bene, risulta ampolloso e, sebbene non impacciato, non decolla. La sensazione che si ha è quella dell’entrare in un luogo di culto di una religione che non si conosce bene e di cui si ignorano molte specifiche. Rimane il rispetto e la solennità dell’architettura sacra, ma si ferma tutto li. Peccato.
Torno a gustarmi Il était une forêt… sperando di non dover aspettare i miei trent’anni per godermi un nuovo capolavoro.

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